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Cortina a Berlino, vetro di Murano a Mosca, Asiago Dop in Messico e altre Aziende Con La Valigia

Seguso Vetri d’Arte storica azienda produttrice di articoli in vetro di Murano apre nel centro di Mosca uno show room per testimoniare la grande importanza del vetro “Made in Italy “, Cortina Marketing Se. Am. continua la sua intensa attività di promozione sui mercati esteri del brand “Cortina” con la sua presenza all’ I.T.B. Di Berlino , il Consorzio di Tutela Formaggio Asiago Dop continua la sua intensa attività di salvaguardia e tutela della proprietà intellettuale del proprio prodotto in Messico come indicazione geografica pienamente tutelata nel paese ottenendo anche forti riduzioni dei dazi di importazione.

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MICAM 85: focus su anticontraffazione

L’85esima edizione di Micam , salone internazionale dedicato al mondo della calzatura in svolgimento a a Milano ha un grande focus sulla lotta alla contraffazione, tema molto caldo per il settore . All’interno della fiera una mostra ad hoc in collaborazione con una associazione di tutela della manifattura italiana.

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Parmalat contro Citi

Stamattina si è appreso che il 25 gennaio scorso il Tribunale di Milano ha accolto l’eccezione di giudicato proposta da Citi e ha rigettato nella sua interezza il risarcimento di Parmalat contro Citi

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Pasta: arriva l’etichetta sull’origine, ma in estate la Ue cambierà di nuovo

Dal 17 febbraio le confezioni dovranno avere in etichetta il nome del Paese nel quale
il grano viene coltivato e quello in cui il grano è stato macinato. Ma a partire dal secondo quadrimestre del 2018 il regolamento europeo sostituirà la nuova normativa

Conto alla rovescia per l’introduzione dell’obbligo dell’origine del grano sui pacchi di pasta. Dal 17 febbraio le confezioni dovranno avere in etichetta il nome del Paese nel quale il grano viene coltivato e quello in cui il grano è stato macinato. Se queste fasi avvengono nel territorio di più Paesi, possono essere utilizzate, a seconda della provenienza, le seguenti diciture: Paesi Ue, Paesi non Ue, Paesi Ue e non Ue. invece, se il grano duro è coltivato almeno per il 50% in un solo Paese, come ad esempio l’Italia, si potrà usare la dicitura: Italia e altri Paesi Ue e/o non Ue.

Le perplessità dei pastai
Anche l’Aidepi (Associazione delle industrie del dolce e della pasta italiane) che nei mesi scorsi aveva espresso perplessità sul decreto che entrerà in vigore la prossima settimana, ovviamente rispetterà la nuova normativa. Ma i dubbi restano: «Le nostre perplessità iniziali — spiega il presidente di Aidepi Riccardo Felicetti — deriva dalla considerazione che non è attraverso l’origine della materia prima che si dichiara la qualità della pasta che, piuttosto, deriva dal saper fare il pastaio. Abbiamo cercato di sostenere le nostre idee, che non sono state accolte dal legislatore. E così le prime confezioni sono già sul mercato. Ma riteniamo che ci sia stata una spinta in avanti troppo rapida: a partire dal secondo quadrimestre del 2018, infatti, arriverà il regolamento europeo che sostituirà la nuova normativa». Il regolamento — che riguarderà non solo la pasta — sarà direttamente applicabile in tutti gli stati membri e introdurrà l’origine volontaria per tutti i prodotti e basterà indicare se l’ingrediente primario ha un’origine diversa da quella del prodotto finito.

I dubbi dei consumatori
Anche per questo, prima ancora che entri in vigore il decreto italiano e in attesa del regolamento Ue, Federconsumatori è già sul piede di guerra: «La posizione che si esprime nella bozza di regolamento è assolutamente inaccettabile. Le buone pratiche italiane sull’etichettatura devono essere difese: se il testo venisse approvato assisteremmo ad una vera e propria involuzione sul piano del diritto all’informazione nonché della sicurezza alimentare di tutti i cittadini». Il rischio, quindi, è che la doppia novità possa creare confusione. «Ma la cosa più grave — conclude Felicetti — è aver creato l’idea che il grano italiano sia meglio di quello estero: ciò potrebbe ridurre la qualità della materia prima utilizzata».

Fonte: Corriere.it


L’export di pelletteria corre grazie a Usa e Corea

La pelletteria made in Italy di fascia alta piace sempre di più ai clienti stranieri. A confermarlo sono le cifre di preconsuntivo 2017, elaborate dal centro studi di Confindustria Moda su dati Istat: nei primi dieci mesi dello scorso anno, le esportazioni di prodotti made in Italy hanno superato i 6,1 miliardi di euro, mettendo a segno una crescita del 14,1% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

I dati che fotografano l’aumento delle esportazioni in volume – +7,2% a 53mila tonnellate – e del prezzo medio dei prodotti venduti oltre confine – +6,4%, a 114,7 euro – confermano che i prodotti più acquistati all’estero sono proprio quelli a maggiore valore aggiunto. Non è tutto: a fronte di un incremento delle importazioni del 7,7% nei dieci mesi il surplus commerciale ha toccato i 3,8 miliardi di euro, in salita del 18,3% rispetto al periodo gennaio-ottobre dell’anno precedente.

I numeri sono stati diffusi ieri a Milano,alla presentazione della 113esima edizione di Mipel-the bagshow, organizzata da Aimpes alla fiera di Milano-Rho dall’11 al 14 febbraio. Mipel, che dovrebbe attirare circa 12mila buyer da tutto il mondo, sarà lo specchio di un settore da 7,5 miliardi di ricavi, con oltre 4.100 imprese e circa 33mila addetti in tutta la Penisola. E si può definire in salute: «Secondo le stime del centro studi Confindustria Moda – spiega Danny D’Alessandro, ad di Aimpes – il settore ha chiuso il 2017 con fatturato in crescita del 6,6% circa rispetto al 2016. Senza dubbio la spinta arriva dall’estero, visto che i consumi degli italiani, purtroppo, languono e si concentrano su prodotti con minore valore aggiunto: nei primi 11 mesi del 2017 i consumi sono saliti leggermente, ma sono diminuite sia la spesa (-0,1%) sia il pezzo medio (-1,1%)».

Per capire l’importanza dei mercati stranieri per la pelletteria made in Italy basta guardarsi indietro: nel 2012, infatti, il fatturato estero era di 4,2 miliardi. L’aver spinto l’acceleratore sulla qualità e la ricercatezza del prodotto ha dato i propri frutti: a conquistare il pubblico internazionale, come già detto, sono i prodotti di fascia alta. Per capirlo basta analizzare il comportamento d’acquisto dei primi dieci clienti della pelletteria italiana: la crescita del valore dell’export, infatti, supera di molto quella del volume.

La prima destinazione di borse e pelletteria italiana è la Svizzera, mercato “di snodo” che assorbe quasi il 21% dell’export di settore e nel periodo analizzato ha registrato un +34,4% , seguita da Francia (+7,4%) e da Hong Kong (+11,3%). Particolarmente importanti, in questi primi mesi del 2017, le performance degli Usa, che sono tornati a crescere (+4,4%), del Giappone (+3,6%) e della Corea del Sud (+25,7%). Questi due mercati, in solido, assorbono circa il 15% dell’export in valore. Ottime le performance della Cina, che tra gennaio e ottobre ha acquistato prodotti per 288 milioni, +40,4%.

Mipel intercetterà questa clientela internazionale, nei padiglioni della fiera e in centro, con il supporto del Comune e per quest’edizione in partnership con Rinascente. Quest’edizione della manifestazione, con oltre 300 brand, partirà all’insegna dell’ottimismo che anima gli addetti ai lavori del settore: «Non solo abbiamo registrato il tutto esaurito in termini di brand, ma abbiamo dovuto ampliare l’area espositiva», ha detto Riccardo Braccialini, presidente di Aimpes.

Fonte: Il Sole 24 Ore


Sanità, trasporti e difesa: Made in Italy protagonista

Non poteva mancare l’economia nella visita in Italia di Recep Tayyp Erdogan. In primo piano non solo nel colloquio con il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, ma anche in una cena con una quindicina di imprenditori. L’economia turca sta crescendo, spinta dai consumi, dal sostegno alle pmi, con il Fondo di garanzia sui finanziamenti, le infrastrutture, anche in vista delle celebrazioni del Centenario della Repubblica, nel 2024. I dati del Pil indicano un +5,5 per il 2017, ma potrebbe essere anche superiore (il terzo trimestre ha segnato +11). Per il 2018 si prevede +4,5-5 per cento. L’Italia è il terzo partner commerciale della Turchia, l’interscambio sfiora i 15,3 miliardi di euro nel periodo tra gennaio e ottobre 2017, una crescita del 9,8% rispetto allo stesso periodo 2016.

Ma si più dare di più. Erdogan lo ha detto a Gentiloni e lo ha ripetuto a cena con le imprese: tra i presenti c’erano il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia; aziende delle costruzioni, da Astaldi a Salini-Impregilo; l’alimentare, Barilla e Ferrero; e poi Leonardo, Pirelli, Maccaferri, Snam, Elt-Elettronica Group, Cementir, Fincantieri (è stata organizzata dall’Agenzia per la promozione degli investimenti in Turchia, Ispi e Pirelli). Tra i progetti c’è l’ampliamento dell’aeroporto di Istanbul in Turchia, che dovrebbe essere completato nel 2024 e avere un flusso di 150 milioni di passeggeri. Obiettivo del governo è rafforzare i trasporti (strade, ferrovie, un secondo canale che dovrebbe doppiare il Bosforo), ma anche servizi come la sanità, con nuovi ospedali, e spingere sull’automotive, per rafforzare un’industria automobilistica turca. Uno dei temi affrontati è stato anche la difesa.

Tra le aziende, Astaldi ha consegnato l’anno scorso il terzo ponte sul Bosforo: ora, tra i progetti, dice il presidente Paolo Astaldi, 400 chilometri di autostrada tra Gebze e Izmir e un grande polo ospedaliero ad Ankara. Opere realizzate, continua, con aziende turche: «Una collaborazione proficua che ci ha portato ad andare insieme anche su altri mercati». Astaldi è presente da 35 anni, Impregilo-Salini dagli anni 60 (ha realizzato il secondo ponte sul Bosforo): in Turchia ha appena presentato offerte per il metrò leggero di Izmir e una rete ferroviaria tra Istanbul e Bulgaria, valore complessivo 850 milioni di euro. In corso di esecuzione c’è l’ospedale di Gaziantep, 600 milioni di euro, e l’impianto di trattamento delle acque di Atakoy, a Istanbul. «Un gruppo come il nostro, presente in 50 stati e con il fatturato per il 93% all’estero è molto interessato alla Turchia», sottolinea l’ad Pietro Salini.

L’energia è uno dei traini di sviluppo, sia per le rinnovabili, sia perché passeranno di fatto tra Turchia e Grecia le tratte del gas. «La Turchia per noi è importante per i flussi del Corridoio Sud, abbiamo previsto una missione entro marzo 2018», dice il presidente Snam, Carlo Malacarne. «Rinnovabili e infrastrutture sono due settori che abbiamo voluto presidiare, inoltre la Turchia è porta d’ingresso per il Medio Oriente», dice il presidente del gruppo, Gaetano Maccaferri. Le aziende presenti in Turchia sono quasi 1.400. Pirelli produce pneumatici dagli anni ’60, con uno stabilimento a Izmit, con circa 500 occupati dal 2007 ha un’area dedicata ai pneumatici destinati ai campionati Motorsport; Cementir è il principale produttore di cemento grigio (4 impianti) e calcestruzzo (17 centrali) in Turchia. Grandi imprese, ma anche le piccole: per il Fondo di garanzia per le pmi, dice il responsabile Ice ad Istanbul, Aniello Musella, sono stati stanziati per il 2018 14,5 miliardi di dollari.

Fonte: Il Sole 24 Ore


Lusso, il business del falso continua a crescere

Secondo i dati di Confartigianato, tra il 2008 e il 2014 in Italia sono stati realizzati dalle autorità 115 mila sequestri relativi a 337 milioni di beni contraffatti, per un valore di 4,4 miliardi di euro. Ogni anno, in media, sono ritirati dal mercato più di 23 milioni di articoli di abbigliamento e accessori, al ritmo di 2.640 articoli all’ora. Un fenomeno che “ruba” al comparto moda italiano 9,8 miliardi di euro di vendite e più di 88 mila posti di lavoro.

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Il marchio Sartoria Tramarossa strategico per Made in Veneto Manifatture

«L’idea alla base di Sartoria Tramarossa è quella di un jeans sartoriale, rigorosamente made in Italy, anzi: made in Veneto. I numeri ci stanno dando ragione: le vendite crescono tra il 15% e il 20% a stagione». Roberto Luison, amministratore delegato di Made in Veneto Manifatture, racconta il percorso di sviluppo del marchio. L’azienda vicentina, fondata nel 1967 da Urbano Chemello e oggi gestita dai suoi quattro figli attraverso la holding Bulls&Lions, di cui lo stesso Luison è ad, deve a Tramarossa 15 milioni di euro di ricavi e conta 80 dipendenti, escluso l’indotto.

Il business di Tramarossa, che applica al jeans da uomo tecniche e lavorazioni di tipo sartoriale, è fortemente sbilanciato sull’estero: «Negli ultimi sei anni, da quando il marchio ideato negli anni Sessanta da Chemello è stato “tirato fuori dal cassetto”, abbiamo puntato molto sui mercati stranieri: oggi vendiamo in 53 paesi. L’estero assorbe l’80% dei ricavi». Tra i mercati più dinamici per i pantaloni Tramarossa, che possono essere personalizzati al massimo dal cliente con il servizio Sumisura, ci sono «quelli europei, che ci stanno dando grande soddisfazione – dice Luison -. Le performance migliori sono quelle di Olanda, Scandinavia, Spagna, Germania e Francia, notoriamente un mercato difficile». Al di là dei confini europei, invece, “brillano” Giappone ed ex Urss.

Attualmente la distribuzione delle collezioni Tramarossa avviene attraverso una rete di multimarca di fascia alta. Ma nel futuro del brand – o, meglio, dell’intera azienda – c’è una rete di store diretti. «Abbiamo aperto un primo negozio a dicembre 2017, alle porte di Vicenza, per accontentare la clientela locale che è molto affezionata ai nostri prodotti». Il negozio non è un monomarca, bensì un “bi-marca”: «L’insegna affianca Tramarossa e Zanella, un’azienda fortemente legata al territorio che abbiamo rilevato a giugno 2017». Bulls&Lions ha acquisito la licenza di produzione e distribuzione mondiale (ad eccezione di Usa e Canada) di Zanella Confezioni, azienda di Caldogno (Vi) fondata nel 1964 e chiusa nel 2016.

L’operazione, frutto di un dialogo con il gruppo statunitense Tengram che nel 2015 aveva rilevato il brand Zanella, ma non il ramo produttivo, ha messo le basi per il futuro sviluppo del marchio vicentino, specializzato nella produzione di pantaloni d’altagamma. Uno sviluppo che andrà di pari passo a quello di Tramarossa: «Abbiamo riattivato lo stabilimento produttivo di Caldogno – spiega l’ad – con 35 dipendenti che lavorano anche alla produzione dei jeans Tramarossa».

Tornando al tema dello sviluppo retail, la rete di negozi Tramarossa-Zanella potrebbe presto prendere forma: «Abbiamo in mente un negozio a Padova, e apriremo un corner a Milano, da Vannucci. L’e-commerce non ci interessa, per ora, perché il nostro prodotto va raccontato e toccato». Nell’insegna potrebbe presto aggiungersi un terzo marchio, questa volta femminile: l’azienda veneta, infatti, ha da poco acquisito la licenza produttiva e distributiva per l’Europa di Hudson Jeans, brand di denimwear californiano.

Fonte: Il Sole 24 Ore


A picco i prezzi del Grana padano: pesa l’eccesso di produzione

Eccesso di produzione e il Grana padano affonda. A gennaio i prezzi medi del formaggio simbolo del made in Italy hanno raggiunto il livello più basso degli ultimi 8 anni, attestandosi a 6,29 euro al chilo per la stagionatura di 10 mesi alla produzione. Bisogna risalire al 2009 per trovare prezzi più bassi.

Le cause? La produzione dal 2010 è balzata da 4,3 milioni di forme a 4,9 del 2017. E a gennaio le forme prodotte sono cresciute ulteriormente del 3,6% rispetto a gennaio 2017. Decisamente troppo nonostante l’export abbia fatto progressi significativi.

Per Coldiretti le ragioni che affossano il Grana padano vanno ricercate nei tarocchi internazionali, e questa è una ragione indiscutibile ma probabilmente il fattore principale resta la cronica sovraproduzione.

Fonte: Il Sole 24 Ore


La bellezza made in Italy supera tessile e occhialeria

Francia, Germania e Stati Uniti: sono le tre destinazioni top per la bellezza made in Italy che chiude il 2017 con un fatturato di 11 miliardi, in crescita del 4,4%, di cui 4,7 miliardi arrivano dalle esportazioni che segnano un balzo del 9% e portano la bilancia commerciale a 2,4 miliardi, record assoluto per il settore. Cresce anche l’Italia con 6,3 miliardi e un +1,3%. I dati preconsuntivi arrivano dall’indagine congiunturale di Cosmetica Italia le cui previsioni per il 2018 continuano a essere positive con un incremento del 5% dei ricavi, del 9,2% dell’export e dell’1,9% del mercato interno.

«L’export si riconferma ancora una volta motore del settore – commenta il presidente di Cosmetica Italia, Fabio Rossello -. La cosmesi made in Italy è sempre più apprezzata nel mondo e continua a conquistare nuovi mercati. Nel 2017, infatti, le destinazioni extra Ue sono salite al 60%, mentre nel 2016 erano ferme al 48%, indice della competitività dell’offerta italiana anche su mercati meno consolidati». In particolare, Hong Kong segna il rialzo più importante (+32,9%) con un valore, da gennaio a ottobre, di 162 milioni pari al 4,3% delle esportazioni totali. Crescita importante anche per il primo mercato in assoluto per il beauty made Italy, la Francia, che con 494 milioni di euro sale del 27,7%, seguita da Germani con 432 milioni in calo del 2%; Stati Uniti a 341 milioni (+4,5%); Regno Unito (276 milioni, -2,4%) e Spagna (245, +4,1%).

«La cosmetica italiana si conferma altamente competitiva e dinamica – commenta Giovanni Foresti della Direzione Studi e Ricerche Intesa Sanpaolo, intervenuto alla presentazione della congiunturale -. Accresce la sua specializzazione nel comparto e rafforza la sua quota di mercato. Un risultato straordinario, ottenuto in un contesto che ha visto la rapida affermazione di nuovi competitor, come Corea del Sud e Cina. Nei settori specializzati in beni di consumo, le imprese della cosmesi, insieme a quelle dell’occhialeria e della farmaceutica, primeggiano per redditività».

Secondo un’analisi dei principali indici finanziari delle imprese fatta dall’associazione di categoria, il 37% delle aziende del settore cresce più del 10% contro il 35% di quelle dell’occhialeria e il 24% del tessile.

Sul fronte dei consumi interni, a fine 2017 il valore dei cosmetici acquistati in Italia ha raggiunto i 10 miliardi. Un risultato conseguito anche grazie alla crescita dei canali professionali: i saloni di estetica sono cresciuti del 2,4% a 240 milioni con un previsione positiva ulteriore del 2,5% per il primo semestre 2018, mentre i saloni di acconciatura sono saliti dell’1,9% a 570 milioni e continueranno il trend (+1,5%). Ancora in lieve calo, invece, le vendite in profumeria, con un -0,5% a fine 2017 e 2 miliardi di euro; ma con una previsione di recupero dello 0,5% per i primi sei mesi di quest’anno. Si tratta del secondo canale di vendita per valore, dopo la grande distribuzione che guadagna l’1% superando i 4 miliardi di euro, pari a oltre il 40% della distribuzione di cosmetici a livello nazionale. Sui numeri del canale incidono in maniera significativa i fenomeni della distribuzione monomarca e dei punti vendita casa-toilette. In lenta, ma costante espansione per i canali dell’erboristeria (+0,9% a 440 milioni) e della farmacia (+1,2% a quasi 1,9 miliardi). Infine il comparto della produzione cosmetica conto terzi ha chiuso il 2017 con un fatturato di oltre 1 miliardo di euro, con un trend positivo pari a +8,5%, destinato a riconfermarsi nel primo semestre 2018. Incremento importante quello delle vendite dirette (+7%), spinte dall’e-commerce che continua a crescere a doppia cifra (+25%). Rimangono, però, ancora marginali i volumi di vendita: 820 milioni di euro per le vendite dirette e circa 300 milioni per l’e-commerce.

«Si parla molto di digital transformation – racconta Gian Andrea Positano, responsabile del Centro Studi di Cosmetica Italia -, ma il processo di adattamento da parte delle imprese non è così immediato come può sembrare. L’industria necessita di un cambiamento graduale, che impatti il meno possibile sulle routine aziendali e, allo stesso tempo, crei valore aggiunto».

Fonte: Il Sole 24 Ore


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