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Il problema della traslitterazione in cinese: l’evocazione fonetica

Una parte rilevante dei casi sottoposti all’attenzione dei giudici Europei hanno riguardato l’accertamento della similarità fonetica delle designazioni di vendita dei prodotti che incorporavano parte delle denominazioni protette e/o ne utilizzavano una parte e/o molto somiglianti tra loro. A tale proposito è utile evidenziare come il problema dell’evocazione fonetica assuma riflessi particolarissimi allorquando il prodotto tutelato è tradotto in lingua cinese. Nella lingua cinese, infatti, l’adattamento di una parola straniera risulta particolarmente complesso e spesso non è basato sul significato del termine, ma sulla sonorità del nome che più si avvicina a quello originale. Essendo le lingue occidentali polisillabiche e dovendo trascrivere ogni sillaba con un ideogramma, si hanno infatti nomi di quattro o più caratteri spesso totalmente privi di significato ma che permettono in successione di mantenere quasi invariata l’identità fonetica del nome ovvero il “sounding”. Alcuni esempi, presi da siti web cinesi, possono aiutare a comprendere la questione. Il Parmigiano ovvero “parmesan” si trova tradotto sul web in lingua cinese con i termini  帕马森 (Pà mǎ sēn)  i cui significati corrispondono a : 帕fazzoletto马cavallo -森foresta. Tuttavia il medesimo prodotto, il Parmigiano Reggiano (parmesan), può anche essere tradotto con altri tre caratteri simili nella pronuncia al termine originale ma diversi semanticamente ovvero 巴马臣 (pā mǎ chén) che letteralmente significa: 巴 pakistan-马cavallo -臣ministro. Oppure, essendo la sillaba ma corrispondente sia a cavallo che a mamma (mǎ 玛mamma) anche scritto : 帕玛森(Pà mǎ sēn). Commercialmente sono tutti modi validi di tradurre il Parmigiano o il parmesan e sono tutti utilizzati nelle più comuni piattaforme web cinesi. Tuttavia solo il primo è il marchio registrato dal consorzio. La translitterazione fonetica è il criterio più comune utilizzato dalla maggior parte delle imprese occidentali per registrare i propri marchi in Cina. E’ il caso anche di Prosecco (普罗塞克Puluō sài kè) traduzione adottata dal consorzio il cui contenuto non ha alcun significato compiuto ma il cui suono orecchiabile è simile all’originale pronunciato in lingua italiana. Anche il Grana Padano ha una traduzione ufficiale accettata dal sistema giuridico cinese di derivazione fonetica scelta dal consorzio (哥瑞纳Gē ruì nà, 帕達 諾Pà dá nuò), ma l’anomalia del sistema lessicale cinese lascia al mercato la possibilità di trovare alternative valide ad associare al suono “Grana” ideogrammi diversi come 格拉娜 (Gélā nà) sotto i quali troviamo sul web un’enormità di offerte del prodotto Grana Padano sia originale che non. Ci sono poi imprese che usano un sistema misto di traduzione tra quello fonetico e quello letterale. È il caso del Prosciutto di Parma  帕尔玛火腿, dove 火腿 (Huǒtuǐ) significa prosciutto o letteralmente cosciotto al fuoco e 帕尔玛(Pà ěr mǎ) è il risultato fonetico di Parma. Un esempio interessante di criterio misto di traduzione di un marchio in cinese è dato della Coca Cola (Kekou Kele 可口可樂) che è riuscita a trasformare una difficoltà linguistica in opportunità commerciale. La prima traduzione del nome, Kekou Kela, sicuramente non contribuiva positivamente alla sua diffusione: mentre la prima parte del nome, Kekou(可) ha il significato di delizioso o gustoso e quindi compatibile con il prodotto,  la traduzione di Cola, basata su criteri esclusivamente fonetici, risultava kela (potere-affumicato), combinazione di caratteri non solo priva di senso, ma non stimolante dall’utilizzo di un ideogramma il cui significato “affumicato” male si associa al nome di una bevanda. venne quindi, in seguito, sostituito Kelacon l’attuale Kele(可樂potere-divertire/divertente): perfetto compromesso tra l’esigenza di riconoscibilità fonetica del prodotto e l’associazione del nome ad un  messaggio pubblicitario come quello di una bevanda “deliziosa” che si consuma in momenti di “divertimento” affermando il prodotto definitivamente sul mercato orientale. Il meccanismo di traslitterazione sopra descritto offre un gran numero di possibilità di evocazione: prodotti evocanti il nome protetto possono apparire sui siti web con nomi il cui significato è assolutamente lontano da quello del nome protetto, ma la cui fonetica è evocativa. Si tratta di uno scenario in rapida evoluzione e dal grande impatto economico in cui l’esperienza diretta delle fattispecie concrete potrà fornire reali soluzioni82. Nel 2015, il governo Cinese è intervenuto pubblicando una guida ufficiale (“Norm of Terminology Transation of Imported Wines”) sulle terminologie adottate nel mercato internazionale del vino e sui nomi dei principali vini e vitigni stranieri traducendoli in lingua cinese. Il testo include anche una lista dei nomi delle più importanti regioni di produzione dei vini. Recentemente il China Trademarket Office(CTMO) ha contestato l’uso improprio del termine  “蒙蒂普尔 查诺” (“Meng Di Pu Er Cha Nuo”) perché simile alla Indicazione Geografica “Montepulciano di Abruzzo”. Ma la stessa traduzione del nome “Montepulciano” nel testo della norma “Norm of Terminology Translation of Imported Wines”, non è univoco. Infatti, mentre il termine del vino Montepulciano è tradotto 蒙帕塞诺(Meng Pa Sai Nuo), quello relativo alla zona geografica è tradotto 蒙特普齐亚诺 (Meng Te Pu Qi Ya Nuo).

Dr.ssa Barbara Catizzone

fonte Rivista di Diritto Alimentare


Pecorino Romano contro Cacio Romano: Tribunale delle Imprese di Roma Sentenza 18413/18 pubblicata il 28 settembre

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Pecorino Romano contro Cacio Romano: Si deve proteggere la qualità e la tradizione delle produzioni.

Il Tribunale delle Imprese di Roma, con Sentenza  18413/18 pubblicata il 28 settembre, dichiara perentoriamente la invalidità e l’inefficacia della registrazione del marchio CACIO ROMANO, inibendo la Formaggi Boccea s.r.l. ogni ulteriore utilizzo di tale marchio. Ne ordina il ritiro dal commercio e la distruzione di tutti i prodotti recanti il marchio CACIO ROMANO.

Il Consorzio per la Tutela del Formaggio Pecorino Romano DOP, rappresentata e difesa dall’Avv. Annaluce Licheri, Presidente dell’Osservatorio Italia in Testa, ha vinto dopo un’aspra diatriba durata anni riguardante più tematiche: dalla produzione (il 97% del Pecorino romani viene prodotto in Sardegna) e per il concetto di evocazione per la somiglianza fonetica che i due formaggi riportano. Ma il Presidente del Consorzio, Palitta, afferma “la sentenza è stata chiara: non è importante il fatto che il formaggio sia commercializzato come Romano nonostante la stragrande maggioranza della produzione sia sarda. Si deve proteggere la qualità e la tradizione delle produzioni.  Il vero valore aggiunto da tutelare in tutto il mondo”.

Tribunale delle Imprese di Roma. Sentenza n. 18413/2018 del 28 settembre 2018


Marchio comunitario: tutte le risposte alle tue domande

Il marchio comunitario è più correttamente conosciuto come marchio europeo o marchio dell’Unione Europea (MUE). Si tratta di un unico marchio, il quale conferisce protezione in tutti gli Stati membri dell’Unione.

Per registrare un marchio ci sono tre vie principali: quella nazionale, quella europea e quella internazionale. Il marchio nazionale consente di ottenere protezione in un solo Paese. Mediante il marchio internazionale è possibile ottenere con un’unica procedura un serie di marchi nazionali. Il marchio comunitario o europeo consente invece di ottenere un titolo unico, avente valore in tutta l’Unione Europea.

Quali sono i vantaggi del marchio comunitario?

Quando un’impresa è intenzionata ad investire sulla creazione di un brand, la registrazione del marchio è indispensabile (si veda a tal proposito “Tutela del marchio: perché è essenziale per una start-up“).

Quali sono dunque i vantaggi legati alla registrazione di un marchio comunitario?

Il marchio ha protezione territoriale. Registrare un marchio in un solo Paese significa poter esercitare i diritti di esclusiva soltanto in quel Paese. Ma in un mondo sempre più globalizzato, l’imprenditore ha spesso la necessità di aggredire nuovi mercati e pertanto deve poter proteggere il proprio marchio in più Paesi. Con il marchio comunitario è possibile ottenere in un colpo solo una protezione estesa a tutti i 28 Paesi dell’Unione, mediante una singola procedura, nella propria lingua, con un singolo professionista e ad un prezzo estremamente conveniente rispetto alle registrazioni nazionali.

Perché tergiversare non è una buona idea?

Quando un’impresa crea un nuovo brand con il progetto o la speranza di espandersi in un mercato internazionale, non è una buona idea tergiversare prima di registrare un marchio comunitario.

Il ragionamento che spesso viene fatto dall’imprenditore è: “sto iniziando a lavorare soltanto sul mercato italiano, quindi per adesso registro un marchio nazionale e poi ci penserò“. Se è vero che la registrazione di un marchio nazionale impedisce a chiunque altro di registrare lo stesso marchio a livello europeo, niente impedisce ai concorrenti di registrarlo nei rispettivi Paesi membri. In questo modo, l’imprenditore non soltanto non potrà usare il proprio marchio in questi Paesi, ma perderà altresì la possibilità di ottenere un marchio comunitario.

Questo problema viene mitigato dal diritto di priorità. Quando viene depositata una domanda di marchio nazionale, il richiedente ha sei mesi di tempo per estenderla al marchio comunitario, senza perdere alcun diritto. Iniziare direttamente da una registrazione europea consente però di risparmiare i soldi necessari alla registrazione del marchio italiano.

Dove si registra il marchio comunitario?

La registrazione del marchio comunitario viene curata dall’EUIPO, ovvero l’Organizzazione Europea per la Proprietà Intellettuale, con sede in Alicante. E’ possibile depositare un marchio europeo rivolgendosi direttamente all’EUIPO, oppure attraverso l’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi (UIBM). Ad oggi la procedura senza dubbio più facile e conveniente è quella della registrazione online, direttamente tramite il sito della EUIPO.

Quanto costa registrare un marchio comunitario?

Per registrare un marchio comunitario è necessario pagare all’EUIPO una tassa di € 850. Se si vuole registrare il marchio per più di una classe, sarà necessario pagare altre € 50 per la seconda ed € 150 per ogni classe aggiuntiva a partire dalla terza.

Per registrare un marchio italiano il costo per una classe si aggira intorno ad € 180, fra tasse sul marchio e sulla lettera d’incarico, diritti di segreteria e marche da bollo. Se si considera che con il marchio europeo si ottiene in una sola volta l’equivalente di 28 registrazioni nazionali, la convenienza è evidente.

Quanto tempo occorre per ottenere la registrazione?

Difficile prevedere il tempo necessario ad ottenere la registrazione di un marchio comunitario. Rispetto a molti uffici nazionali, l’EUIPO è più rapida e spesso è possibile ottenere la registrazione nell’arco di alcuni mesi. Tuttavia, i tempi potrebbero allungarsi nel caso in cui il processo di registrazione non proceda indisturbato e si presentino impedimenti od opposizioni di terzi.

La cosa positiva è che non c’è bisogno di attendere la registrazione del marchio per poter usare e per godere di protezione. Con la domanda di marchio, il richiedente può opporsi alle domande successive di marchi in conflitto con il suo. Inoltre, la domanda di marchio può essere trasferita e fatta oggetto di licenza come per un marchio registrato.

Perché affidarsi ad un professionista?

Qualunque persona fisica o giuridica può registrare autonomamente il proprio marchio. Tuttavia, a meno che all’interno dell’impresa non vi sia un ufficio od una persona specializzata in materia di proprietà intellettuale, il fai da te non è mai consigliato.

Innanzi tutto, prima di procedere alla registrazione è consigliabile far verificare ad un professionista la presenza dei requisiti di registrabilità del marchio. Alcune volte, una piccola modifica può essere sufficiente a rendere il marchio maggiormente distintivo e ad agevolare la registrazione.

Il professionista si occuperà altresì di redigere correttamente la lista dei prodotti e dei servizi per cui viene richiesta protezione. Ad oggi, non è più sufficiente indicare genericamente un’intera classe di prodotti o servizi. E’ invece necessario specificare quelli per i quali viene richiesta la protezione, senza essere né troppo generici né troppo restrittivi.

Infine, prima di registrare è indispensabile effettuare una ricerca di anteriorità e valutare eventuali ipotesi di conflitto con marchi precedenti. In mancanza di questo, non si rischia soltanto di perdere i soldi della registrazione. Il conflitto con marchi precedenti può essere scoperto anche dopo anni dalla registrazione. Si rischia pertanto di buttare al vento tutti gli investimenti fatti sul brand e subire azioni legali anche molto costose.

 

Avv. Massimo Bacci

LL.M. in Intellectual Property

www.iprights.it


Competiton Law: Come salvaguardare il libero mercato

La legge europea sulla concorrenza promuove il mantenimento della concorrenza all’interno dell’Unione europea regolando la condotta anticoncorrenziale delle imprese per garantire che non creino cartelli e monopoli che danneggino gli interessi della società.

La legge sulla concorrenza è regolata dall’art. 101-106 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea.

Le regole di concorrenza sono rivolte alle imprese e ai professionisti indipendenti che desiderano trarre vantaggio dal mercato unito, ma per garantire un mercato libero è necessario garantire la loro partecipazione. L’Articolo 101 TFUE elenca le pratiche che sono vietate nel diritto della concorrenza: Gli Accordi tra imprese. Il motivo di questo divieto risiede nel garantire la libera partecipazione al mercato dell’ Unione. “Tutti gli accordi tra imprese, le decisioni di associazioni di imprese e le pratiche concordate che possono pregiudicare il commercio tra Stati membri e che hanno come oggetto o effetto la prevenzione, la restrizione o la distorsione della concorrenza all’interno del mercato interno.

La Corte di giustizia ha definito il termine “pratica concordata” come: “una forma di coordinamento tra imprese che, senza aver raggiunto la fase in cui è stato concluso un accordo propriamente detto, sostituisce consapevolmente la cooperazione pratica tra loro per i rischi della concorrenza”. Una pratica concordata è difficile da provare e il semplice fatto di aumenti paralleli dei prezzi non è decisivo. Ci deve essere un corpus di prove precise e coerenti per giustificare l’accertamento di una pratica concordata. Cases 40/73 Suiker Unie and others v Commission (the Sugar Cartel case) afferma che una pratica concordata non deve necessariamente essere verbale o scritta e può essere diretta o indiretta. La corte ha dichiarato che non è necessario prendere in considerazione l’effetto concreto di un accordo una volta che sembra avere come oggetto la prevenzione, la restrizione o la distorsione della concorrenza.

L’elenco non esaustivo dell’articolo 101, paragrafo 3 consente alla Commissione di rimanere libera di identificare altri accordi o pratiche che operano in modo anticoncorrenziale, garantendo un certo grado di flessibilità. . Tuttavia, le eccezioni sono interpretate nel modo più stretto possibile. In generale, qualsiasi contatto tra concorrenti solleverà sospetti e la Commissione inizierà a prestare attenzione.

Secondo quanto previsto dall’art. 102 TFUE “è incompatibile con il mercato comune ed è vietata, nella misura in cui possa pregiudicare il commercio tra Stati membri, qualsiasi abuso da parte di una o più imprese di una posizione dominante nel mercato comune o in una parte sostanziale di esso“.

Sebbene possa non sembrare evidente, l’ottenimento di una posizione dominante sul mercato non è illegale di per sé; invece è un abuso di tale posizione che è perseguito integralmente dalla legge dell’UE. Secondo la giurisprudenza  della Corte, una posizione dominante dovrebbe essere identificata come una posizione di forza economica che consente alla società di ostacolare la prosecuzione di una concorrenza effettiva nel mercato in questione e di mantenere un comportamento indipendente da parte di concorrenti, clienti e consumatori (United Brands , Causa 27/76).

Articolo 102 TFUE  non si limita a determinati casi di abuso di posizione dominante: l’imposizione di prezzi di vendita (articolo 102 lettera a), la limitazione della produzione o il pregiudizio dei consumatori (articolo 102 lettera B), l’applicazione di condizioni dissimili a prestazioni equivalenti (articolo 102 lettera c), l’introduzione di servizi aggiuntivi che non hanno alcun legame con l’oggetto dei contratti (articolo 102 lettera d).

L’abuso può consistere in un comportamento inteso ad escludere dal mercato o emarginare un concorrente o in una politica commerciale che riguarda direttamente i consumatori. Vi sono forti ragioni per il controllo degli aiuti di Stato nell’Unione europea, tuttavia il suo uso deve essere limitato per evitare il suo abuso e proteggere i giocatori nazionali. L’abuso di aiuti di Stato può comportare la bancarotta delle imprese, distorcere la concorrenza e contribuire artificialmente a mantenere mercati frammentati e costosi. D’altra parte, un corretto utilizzo delle politiche sugli aiuti di stato contribuisce ad abbracciare la globalizzazione indirizzando i fondi pubblici verso la crescita economica e le posizioni lavorative in mercati aperti e competitivi, sostenendo le riforme economiche per offrire competitività a lungo termine.

Gli articoli pertinenti sono 106 e 107 del TFUE.

La prima afferma che se gli Stati membri concedono diritti speciali o esclusivi solo a determinate imprese, queste saranno consentite dalla legislazione dell’UE solo se non contrarie alle norme contenute nei trattati pertinenti, in particolare a quelle di cui all’articolo 18 e agli articoli da 101 a 109. Quest’ultimo afferma che qualsiasi aiuto concesso da uno Stato membro che falsi o minacci di falsare la concorrenza favorendo determinate imprese è incompatibile con il mercato interno se incide sugli scambi tra Stati membri. È di fondamentale importanza che i concorrenti operino su una base di parità a vantaggio della competitività europea e che le imprese non accumulino un potere di mercato che potrebbe portare a prezzi più elevati e ad una qualità inferiore. Di fronte al libero commercio tra UE e SM e all’apertura dei servizi pubblici alla concorrenza, le autorità nazionali a volte vogliono utilizzare risorse pubbliche per promuovere determinate attività economiche o per proteggere le industrie nazionali. La concessione di queste risorse è nota come aiuto di Stato. La ragione più importante per imporre il controllo dell’UE sugli aiuti di Stato è impedire che i paesi utilizzino deliberatamente e / o involontariamente aiuti di Stato a vantaggio delle proprie imprese a scapito degli altri concorrenti.

Eugenio Selmi, LL.M. in Food Law


La protezione delle Indicazioni Geografiche

L’Italia vanta il maggior numero di indicazioni geografiche – IG a livello europeo. Si tratta di un primato non solo numerico, ma anche economico: il valore alla produzione delle IG italiane ha raggiunto quasi 14 miliardi di euro nel 2017 e rappresenta un fattore chiave della crescita del Made in Italy, con un valore all’export di 9,6 miliardi di euro. La protezione delle IG è un elemento strategico dell’economia italiana e lo è anche per la normativa europea: come sancito dal. Reg. UE n. 1151/2012, “Il valore aggiunto delle indicazioni geografiche e delle specialità tradizionali garantite si basa sulla fiducia dei consumatori. Esso è credibile solo se accompagnato da verifiche e controlli effettivi”.

“Verifiche e controlli effettivi” sulle IG sono necessari anche per tutelare le IG stesse in quanto “patrimonio culturale” dell’Unione. Il primo dei considerando del Reg. UE n. 1151/2012 sancisce solennemente che: “La qualità e la varietà della produzione agricola, ittica e dell’acquacoltura dell’Unione rappresentano un punto di forza e un vantaggio competitivo importante per i produttori dell’Unione e sono parte integrante del suo patrimonio culturale e gastronomico vivo.” E’ utile ricordare che il Trattato UE affida all’Unione il compito di vigilare “sulla salvaguardia e sullo sviluppo del patrimonio culturale europeo” e lo fa all’articolo 3,comma 3,  prima ancora di prevedere l’istituzione dell’Unione economica e monetaria.

L’art. 13 del Reg. UE n. 1151/2012 ha dettato incisive norme per la protezione dei nomi registrati come IG, prevedendo che gli Stati membri adottino le misure amministrative e giudiziarie adeguate per prevenire o far cessare l’uso illecito delle denominazioni di origine protette e delle indicazioni geografiche protette ai sensi del paragrafo 1, prodotte o commercializzate in tale Stato membro. Tra le protezioni fornite dalla regolamentazione UE ai nomi delle IG vi è anche quella contro “qualsiasi usurpazione, imitazione o evocazione, anche se l’origine vera dei prodotti o servizi è indicata o se il nome protetto è una traduzione o è accompagnato da espressioni quali «stile», «tipo», «metodo», «alla maniera», «imitazione» o simili, anche nel caso in cui tali prodotti siano utilizzati come ingrediente”.

Sotto il profilo normativo europeo la disciplina della protezione delle IG ha nell’art.13.1 del Reg. (UE) n. 1151/12 (rubricato ‘Protezione’). Per usurpazione si intende, un’attività di appropriazione della denominazione protetta, con conseguente indebita acquisizione di pregi e qualità non pertinenti. In altri termini, si sostanzia in una condotta di chi si arroga il diritto al nome di spettanza altrui. Per imitazione, l’attività di riproduzione “con plagio” della denominazione protetta. Tale attività presuppone la sussistenza di un modello che si cerca di riprodurre e, dunque, l’alterità del bene imitato. Per evocazione, la pratica commerciale scorretta capace di suscitare nel consumatore l’idea che quel prodotto abbia le stesse caratteristiche e qualità del prodotto a denominazione registrata o che sia esso stesso prodotto a denominazione registrata.

La Corte ha inoltre chiarito che l’ipotesi dell’evocazione sussiste in presenza di analogie fonetiche, ottiche e, se del caso, concettuali tra le denominazioni in conflitto, in un contesto in cui i prodotti di cui è causa sono simili nel loro aspetto esterno, ossia di apparenza analoga. Nella nota pronuncia ‘Parmigiano Reggiano’/ ‘Parmesan’ la Corte di giustizia ha sancito che “Nella presente causa sussistono analogie fonetiche ed ottiche fra le denominazioni «parmesan» e «Parmigiano Reggiano» in un contesto in cui i prodotti di cui è causa sono formaggi a pasta dura, grattugiati o da grattugiare, cioè simili nel loro aspetto esterno.

Peraltro, che la denominazione «parmesan» sia o meno la traduzione esatta della DOP «Parmigiano Reggiano» o del termine «Parmigiano», si deve tener conto anche della somiglianza concettuale tra tali due termini, pur di lingue diverse, testimoniata dal dibattito dinanzi alla Corte. Tale somiglianza è idonea ad indurre il consumatore a prendere come immagine di riferimento il formaggio recante la DOP «Parmigiano Reggiano» quando si trova dinanzi ad un formaggio a pasta dura, grattugiato o da grattugiare, recante la denominazione «parmesan». In tale contesto, l’uso della denominazione «parmesan» dev’essere considerato un’evocazione della DOP «Parmigiano Reggiano» ai sensi dell’art. 13, n. 1, lett. b), del regolamento n. 2081/92.”20

Sentenza della Corte Grande Sezione 26 febbraio 2008

Altre pronunce, nel valutare l’etichetta del prodotto, hanno individuato  i profili di evocatività prescindendo dalla denominazione di vendita del prodotto, valutando, invece tutti quei riferimenti grafici o quelle immagini, segni, figure capaci di richiamare alla mente del consumatore la medesima provenienza del prodotto a denominazione protetta. A tal riguardo, il Tribunale di Catania, ha stabilito che un salume a base di carne di maiale   denominato “Salsiccia piccante” e recante in etichetta una rappresentazione grafica della Regione Calabria e le indicazioni generiche “salumi tipici” e “bontà e tradizione”, è indiscutibilmente evocativo della “Salsiccia di Calabria DOP”. Il Tribunale predetto ha ritenuto  che la valutazione dell’evocazione andasse riferita all’etichetta, nel suo insieme di elementi grafici ed elementi descrittivi: da un lato, quindi, l’immagine della Calabria (a prescindere dal fatto che nell’etichetta non fosse presente l’indicazione letterale “Calabria)  è apparsa decisiva in quanto la raffigurazione geografica è quella “unica e caratteristica, della Regione Calabria”. Dall’altro, gli ulteriori elementi, questa volta, letterali rappresentati dalle indicazioni “Salumi tipici” e “Bontà e Tradizione” concorrono a ritenere che tale produzione avesse caratteristiche di particolare pregio e qualità di cui gode la produzione a DOP.

Fonti: Fabrizio Gualtieri e Stefano Vaccari Capo Dipartimento ICQRF. Italian Food Law Association. Rivista di Diritto Alimentare.

Eugenio Selmi, LL.M. in Food Law


Il Falso Biologico

Il 30 maggio 2018 è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea il nuovo regolamento sull’agricoltura biologica che entrerà in vigore nel 2021.

Il nuovo Regolamento, che mira a garantire l’alta qualità del prodotto biologico e all’aumento della produzione, è stato accolto con giudizi non propriamente positivi dagli agricoltori italiani e dalle associazioni di categoria. Le critiche mosse alle nuove regole europee riguardano principalmente la questione delle soglie per i residui di fitofarmaci e la possibilità di produrre biologico senza utilizzare il suolo, temi che contrastano con gli standard italiani e che penalizzerebbero il nostro Paese a livello di metodo di produzione e di controlli.

L’Italia è prima in Europa per la produzione con il metodo biologico. Secondo quanto riportato da Coldiretti, i consumi sono aumentati del 21% e sembra che il Bel Paese abbia compreso quanto sia importante l’alimentazione e la necessità di acquistare un prodotto coltivato senza l’uso di pesticidi, fertilizzanti e altre sostanze di sintesi, magari a Km Zero per rispettare l’ambiente.
“L’Italia – ha dichiarato il ministro Gian Marco Centinaio – si conferma leader europeo per l’agricoltura biologica, sia in termini di mercato sia in termini di superfici. Abbiamo tre anni per lavorare alle modifiche necessarie a rendere, ad esempio, ancora più stringenti le regole sulla qualità oppure per lavorare e correggere il tiro su temi come le deroghe o la conversione”.

“Vi sono – prosegue il ministro – anche degli aspetti fortemente innovativi. È stato, ad esempio, modificato il regime di importazione da Paesi terzi, rendendo più trasparente il sistema di importazione del biologico extra-Ue; è stata introdotta la certificazione di gruppo che favorisce le piccole aziende e per la prima volta è stato affrontato il tema della soglia dei residui nei prodotti biologici”. (Disposizioni per l’attuazione del regolamento CE 1235/2008, recante modalità di applicazione del regolamento CE 834/2007 del Consiglio, per quanto riguarda il regime di importazione di prodotti biologici dai Paesi terzi. Gazzetta ufficiale n. 40 del 17 febbraio 2018).

Riconoscere un prodotto biologico non è difficile. Il primo impatto è legato al prezzo; un prodotto biologico ha un prezzo superiore rispetto ai prodotti convenzionali. Il certificato è il simbolo di riconoscimento che accompagna la confezione, con il marchio europeo e quello dell’ente che si è prodigato per controllare e certificare che quel prodotto sia bio. Ce ne sono 19 in Italia (di cui 3 autorizzati nella sola provincia di Bolzano), autorizzati e vigilati dal Dipartimento dell’ICQRF del Ministero delle politiche alimentari e forestali. E’ certificata tutta la fase della produzione, della lavorazione e della distribuzione, attraverso i suddetti Organismi di Controllo, soggetti giuridici privati che agiscono nel rispetto del principio di imparzialità.

Secondo il Decreto Legislativo del 23 febbraio 2018 n. 20 riguardante le disposizioni di armonizzazione e razionalizzazione della normativa sui controlli in materia di produzione agricola ed agroalimentare con il metodo biologico, all’art. 3 comma 6, “la vigilanza sugli organismi di controllo è esercitata secondo le modalità previste del regolamenti CE n. 889 del 2008 ed è volta alla verifica del mantenimento dei requisiti degli OdC, dell’efficacia e dell’efficienza delle procedure di controllo”.

Ma è davvero tutto oro quello che luccica?

Le indagini, avviate all’inizio del 2017, hanno permesso di scoprire un articolato sistema di frode finalizzato alla commercializzazione, sia in Italia che verso i principali Paesi europei, di prodotti ortofrutticoli che venivano falsamente etichettati come provenienti da agricoltura “Biologica e Biodinamica”. In molti casi, per soddisfare la crescente domanda dei mercati esteri, in eccesso rispetto alle disponibilità di raccolto, venivano incamerati nei magazzini aziendali anche partite di prodotti provenienti direttamente da terreni, non certificati “bio”, di ignari produttori agricoli della zona. Il sistema di frode, poi, si completava attraverso l’alterazione dei risultati delle analisi chimiche eseguite su campioni di prodotti confezionati ed etichettati per essere destinati alla grande distribuzione ad un prezzo notevolmente superiore, oppure venduti come materia prima “Biologica” all’industria locale.

 

Eugenio Selmi, LL.M. in Food Law

Dott.ssa Ilaria Pelliccioni


I Marchi Patronimici

I marchi patronimici sono molto diffusi, soprattutto nel mondo della moda e nel settore alimentare e vitivinicolo, solitamente rappresentando una soluzione efficace in termini di comunicazione poiché rappresentano il biglietto da visita dell’azienda. E’ comune nel mondo della moda, per esempio, l’utilizzo del proprio nome e cognome, considerato un vero e proprio sinonimo di stile o la testimonianza di una esperienza ed una tradizione familiare.

La legge consente di registrare il nome di una persona come marchio, ma non richiede che i marchi patronimici siano registrati solo ed esclusivamente dal titolare del nome. E’ l’art. 8 del Codice della Proprietà Intellettuale che detta le linee guida per l’utilizzo del nome come proprio marchio, purché l’uso del marchio non leda la fama o il credito o il decoro di chi ha diritto di portare il nome.

Tale principio è stato ribadito peraltro dopo l’entrata in vigore del codice della proprietà intellettuale, ai sensi del D.lgs. 10 febbraio 2005, n. 30, all’art. 21, che disciplina, in tema di limitazioni in riferimento all’utilizzo del marchio registrato,  che i diritti di marchio d’impresa registrato non permettono al titolare di vietare ai terzi l’uso nell’attività economica, purché l’uso sia conforme ai principi della correttezza professionale, soprattutto in riferimento alle indicazioni relative alla specie, alla qualità, alla quantità, alla destinazione, al valore di un prodotto o della prestazione del servizio.

L’art. 2564 del Codice Civile afferma che “quando la ditta è uguale o simile a quella usata da altro imprenditore e può creare confusione per l’oggetto dell’impresa e per il luogo in cui questa è esercitata, deve essere integrata o modificata con indicazioni idonee a differenziarla”.

E’ la Suprema Corte che precisa con sentenza n. 6678 del 1987: “qualora due società di capitali inseriscano, nella propria denominazione, lo stesso cognome, il quale assuma per entrambe efficacia identificante, e si verifichi possibilità di confusione, in relazione all’oggetto ed al luogo delle rispettive attività, l’obbligo di apportare integrazioni o modificazioni idonee a differenziare detta denominazione, posto dall’art. 2564 c.c. a carico della società che per seconda abbia usato quella uguale o simile, non trova deroga nella circostanza che detto inserimento sia legittimo e riguardi il cognome di imprenditore individuale la cui impresa sia stata conferita nella società”.

la Cassazione ha stabilito che “Un segno distintivo costituito da un certo nome anagrafico e validamente registrato come marchio, non può essere di regola adottato, in settori merceologici identici o affini, né come marchio né come denominazione sociale, salvo il principio di correttezza professionale, neppure dalla persona che legittimamente porti quel nome, atteso che il diritto al nome trova, se non una vera e propria elisione, una sicura compressione nell’ambito dell’attività economica e commerciale, ove esso sia divenuto oggetto di registrazione da parte di altri; l’inserimento nella denominazione sociale del patronimico di uno dei soci, coincidente con il nome proprio precedentemente incluso in un marchio registrato da terzi, non è conforme alla correttezza professionale, se non sia giustificato dalla sussistenza di una reale esigenza descrittiva inerente all’attività, ai prodotti o ai servizi offerti, esigenza non ravvisabile per la sola circostanza che il nome sia patronimico di un socio” (Cass. Sentenza n. 6021 del 2014).

La Corte di Cassazione ha recentemente emesso un interessante sentenza (Cass. civ. Sez. I Sentenza n. 10826 del 2016) sull’uso del patronimico come marchio.  Per quanto riguarda i settori merceologici identici o affini non è più possibile adottare come segno distintivo il proprio nome anagrafico se lo stesso in precedenza è stato validamente registrato come marchio (oltre che come denominazione sociale), salvo il suo impiego limitato secondo i principi di correttezza professionale.

Il caso in esame interessa il noto stilista Elio Fiorucci e le società a lui collegate. Nel 1990, la Fiorucci S.p.A. ha ceduto alle società Edwin Co. Ltd. e Edwin International (Europe) GMBH tutto il proprio patrimonio creativo, inclusi i propri marchi contenenti il nome “Fiorucci”. A seguito della cessione, lo stilista ha poi registrato e utilizzato altri marchi, tra cui “Love Therapy by Elio Fiorucci” e “Love Therapy Collection by Elio Fiorucci”. I marchi sono stati utilizzati per capi e accessori di abbigliamento, gadget e per operazioni di merchandising e co branding nella vendita di dolcificanti ipocalorici.

Nell’ambito del processo, la Corte d’Appello di Milano ha ritenuto legittimo l’uso del nome anagrafico del designer nei “successivi” marchi (i.e. “Love Therapy by Elio Fiorucci” e  “Love Therapy Collection by Elio Fiorucci”), sulla considerazione che tale nome esprimeva semplicemente la personalità di Elio Fiorucci, con chiaro intento descrittivo e non distintivo. Secondo la pronuncia della Corte di Appello di Milano, l’espressione “by Elio Fiorucci”, infatti, non aveva altro significato se non quello di manifestare l’apporto personale dello stilista alle attività in questione, il che escludeva ogni possibilità di illecito.

Eugenio Selmi, LL.M. in Food Law


La tutela del diritto d’autore su disegni e modelli

L’art. 17 dir. 98/71/CE prevede che i disegni e modelli protetti come disegni o modelli registrati in uno Stato membro o con effetti in uno Stato membro a norma della direttiva, siano ammessi a beneficiare della protezione della legge sul diritto d’autore vigente in tale Stato fin dal momento in cui il disegno o modello è stato creato o stabilito in una qualsiasi forma; prevede, altresì, che ciascuno Stato membro determini l’estensione della protezione e le condizioni alle quali essa è concessa, compreso il grado di originalità che il disegno o modello deve possedere. In altri termini, la direttiva obbliga gli Stati membri a tutelare l’industrial design con la disciplina in tema di diritto d’autore, ma riserva agli stessi Stati membri l’individuazione delle condizioni di applicabilità della disciplina e la definizione dei contenuti della protezione in base alla legge del diritto d’autore.

Si tratta di una disciplina minima di armonizzazione che è stata studiata per assicurare efficacia al nuovo sistema comunitario dei disegni e dei modelli e che ha inteso escludere, in ambito comunitario, proprio l’applicazione della clausola di trattamento nazionale di cui all’art. 2.7 della Convenzione di Berna (La Convenzione di Berna per la protezione delle opere letterarie e artistiche, adottata a Berna nel 1886, è un accordo internazionale che stabilisce per la prima volta il riconoscimento reciproco del diritto d’autore tra le nazioni aderenti) , secondo cui è riservata alle legislazioni dei Paesi dell’Unione di determinare sia la sfera di applicazione delle leggi relative alle opere delle arti applicate ed ai disegni e modelli industriali, sia le condizioni di protezione di tali opere, disegni e modelli, e ciò tenendo conto di quanto disposto dall’art. 7.4 (che attribuisce alle legislazioni dei Paesi dell’Unione la facoltà di stabilire la durata della protezione delle opere fotografiche e di quelle delle arti applicate). Non per questo la disciplina nazionale di recepimento della direttiva comunitaria si pone però in contrasto con quella convenzionale, dal momento che costituisce pur sempre espressione dell’esercizio di un potere normativo riconosciuto ai singoli ordinamenti nazionali dalla Convenzione di Berna: potere che presenta, nel caso di specie, la particolarità di attuare le linee programmatiche dettate, in ambito comunitario, dalla nominata direttiva. A sua volta, quest’ultima non predetermina, come si è detto, le condizioni di proteggibilità del disegno o del modello in base alla legge sul diritto d’autore, sicchè la disciplina introdotta con il D.Lgs. n. 95 del 2001, che richiede contenuto creativo e contenuto artistico, costituisce coerente recepimento della normativa comunitaria.

Per ottenere la tutela del diritto d’autore su modelli industriali è necessario che questi abbiano valore artistico. Esso non può essere escluso dalla serialità della produzione degli articoli concepiti progettualmente, che è connotazione propria di tutte le opere di tale natura, ma va ricavato da indicatori oggettivi, non necessariamente concorrenti, quali il riconoscimento, da parte degli ambienti culturali ed istituzionali, circa la sussistenza di qualità estetiche ed artistiche, l’esposizione in mostre o musei, la pubblicazione su riviste specializzate, l’attribuzione di premi, l’acquisto di un valore di mercato così elevato da trascendere quello legato soltanto alla sua funzionalità ovvero la creazione da parte di un noto artista. (Corte di Cassazione, sez. I civ, sentenza n. 7477 del 18 gennaio 2017).

La tutela delle opere di industrial design trova invece collocazione nella fase progettuale di un oggetto destinato a una produzione seriale.

La recente pronuncia emessa dalla Corte di Cassazione, sez. I civ, sentenza n. 2039 del 26 gennaio 2018, è stata l’occasione per puntualizzare i principi, ormai consolidati, che devono guidare il giudizio di fatto di comparazione tra le opere in caso di plagio, previsto dall’art. 171 della legge 22 aprile 1941 n. 633, Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio .

 

Eugenio Selmi, LL.M. in Food Law

 

 


Italiano Vero: Aziende e Consorzi al confronto

Made in Italy senza Freni. In rapporto al PIL il made in Italy è arrivato tra la fine del 2017 e i primi mesi del 2018 al suo massimo storico pari al 26,1% , segnando una crescita dell’export del +7,4% in valore e del +3,1% in volume. Nel 2017 l’export di beni “made in Italy” è arrivato a 448,1 miliardi di euro che, bilanciato da import per 400,6 miliardi, ha determinato un surplus del commercio estero di 47,5 miliardi. L’Italia vanta 844 prodotti, su un totale di 5.117, classificatisi primi, secondi o terzi al mondo per saldo commerciale attivo con l’estero, per un valore complessivo di 161 miliardi di dollari. “Solo” i 210 prodotti “primi classificati” per saldo commerciale fanno guadagnare al Bel Paese 51 miliardi di dollari. Questi alcuni dei dati emersi al convegno “Italiano Vero”, organizzato dal Rotary Roma Polis e dal Rotary Roma Sud Est, con la collaborazione dell’Osservatorio Italia in Testa e della Link Campus University, e con il Patrocinio del Distretto Rotary 2080. Gli attori del pomeriggio: Alberto Bombassei – Presidente Brembo; Maria Luisa Trussardi – Presidente Gruppo Trussardi; Maurizio Marinella- Amministratore E. Marinella; Antonino Moccia – Amministratore Fabbrica della Pasta di Gragnano; Salvatore Palitta-Presidente del Consorzio per la Tutela del Formaggio Pecorino Romano DOP; Giorgia Martone-Consigliere Industrie Cosmetiche Riunite; Tonino Boccadamo – Presidente Boccadamo; Fabrizio Santarelli – Titolare Azienda Agricola Castel De Paolis.

Il successo delle specializzazioni produttive italiane sono costituite soprattutto da quattro grandi aree merceologiche: l’automazione meccanica, l’abbigliamento-moda, l’arredo-casa e l’alimentare-bevande. L’immagine presso i consumatori esteri interessati all’acquisto di prodotti e sevizi è molto elevata. Così come la stessa immagine sta migliorando rispetto al passato presso gli uomini di affari per fare business. I principali acquirenti sono: Stati Uniti, Corea, Cina, Russia, Arabia Saudita, ma anche le più nostrane Spagna, Grecia, Germania e Francia, soprattutto per alcuni prodotti alimentari.

A contribuire all’immagine del Made in Italy c’è la forza dei distretti industriali, le cui esportazioni, dopo il crollo del 2009, hanno continuato a salire negli ultimi otto anni con una crescita che supera i 30 miliardi di euro. Risultai eccellenti anche per quelle aziende che durante la crisi hanno puntato sull’innovazione e sostenibilità, registrando performance positive su occupazione ed export.

Bisogna puntare, come sfida per il futuro, però, nonostante i risultati positivi a strategie sempre più mirate per crescere, partendo dal consolidamento delle relazioni con i retailer internazionali, dalla ricerca di un maggior supporto di partner finanziari e la creazione di consorzi tra produttori, che permettano un’immagine unitaria del sistema paese all’esterno. E’ necessaria la formazione di una cabina di regia che promuova il brand “made in Italy” in maniera programmata e sistematica.

Ulteriore sfida è quella alla contraffazione del Made in Italy, che solo per il settore food il “mercato del falso” vale oltre 100 miliardi di euro. Sono necessarie regolamentazioni nazionali e sovranazionali, che siano a sostegno dell’economia e dei prodotti italiani.


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